La vita di Vittorio MARANDOLA

 

Vittorio Marandola nacque a Cervaro il 24-8-1922 da Angelo e da Marandola Angela, i quali diedero alla luce altri tre figli.

I genitori erano proprietari di modesti appezzamenti di terreno nella contrada omonima.

Vittorio visse i primi anni di vita nella intimità familiare, protetto e allevato sanamente dai genitori che, pur dedicandosi quotidianamente e con fatica ai lavori dei campi, non tralasciarono di coprire di ogni premura e necessaria educazione Vittorio.

La contrada dei Marandola si presenta al visitatore come una pluralità di abitazioni costruite in un’area abbastanza ristretta ed in forma circolare, in riferimento ad una piazzola chiamata ora Medaglia d’Oro.

La fisionomia della zona presenta aspetti tipicamente rurali: caseggiati antichi, qualcuno recante ancora l’impronta delle pallottole, campagna coltivata, gente dal linguaggio e dalle costumanze semplici e squisitamente ospitali.

In simile ambiente Vittorio non poteva ereditare che un carattere semplice e docile, una volontà ferrea di bene e di sanità morale.

Pur nella salubrità della campagna, in cui Vittorio cresceva, la terra, lavorata con i criteri tradizionali, piegava inesorabilmente gli uomini che la coltivavano; raro era il caso che qualcuno potesse sfuggire al lavoro pesante della terra, svolto soprattutto con la vanga e la zappa.

Vittorio, da buon figlio della terra e di umile famiglia contadina, oltre a coadiuvare i genitori nei lavori di campagna, riusciva a dedicarsi con passione allo studio al quale, stando al mio vago ricordo e a quello degli abitanti della contrada Marandola, era particolarmente portato, tanto che dopo le scuole elementari i genitori decisero di fargli proseguire gli studi a Cassino, ove conseguì con brillanti risultati la licenza di Avviamento.

Per le scarse risorse dell’epoca, Vittorio era costretto a raggiungere Cassino con una vecchia bicicletta; sovente passava per Cervaro Centro per poter dare un passaggio a qualche bambino suo vicino di casa, che frequentava la Scuola Elementare del Capoluogo.

Arricchito culturalmente e fiducioso del titolo di studio conseguito che gli consentiva un giusto inserimento nel contesto sociale, a cui naturalmente ognuno mira, decise di arruolarsi nell’ Arma dei Carabinieri.

Si presentò pertanto al Comandante della Stazione Carabinieri di Cervaro, il quale, alla richiesta dell’interessato, subito esperì le necessarie informazioni di rito dalle quali emerse che lo stesso garantiva, da generazioni, sana condotta morale; pertanto la domanda fu inviata subito al Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri.

A distanza di poco tempo, una cartolina, sul cui frontespizio spiccava il bollo della Benemerita Arma, appagava l’aspirazione di Vittorio, con l’esplicito invito a presentarsi presso la Scuola Allievi Carabinieri di Roma.

Dopo il prescritto periodo di addestramento, indossati gli alamari di argento, fu destinato al Comando Stazione Carabinieri di Fiesole, cittadina che si estende su una zona collinare a circa 7 Km. a nord-est di Firenze.

Dalla piazza centrale della predetta cittadina, si diramavano le principali strade, dove i Tedeschi avevano istituiti i loro posti di blocco.

Il Comando, con a capo il Tenente Hans Hiesserich, che poteva contare su un reparto di fanteria munito di armi automatiche, di mortai, di un cannone e di un reparto del Genio, si insediò presso la Villa Martini, mentre nei pressi dell’Albergo Aurora era un altro posto di blocco Fascista.

Dislocati sul territorio Fiesolano i soldati Tedeschi tormentavano le popolazioni e la campagna, depredavano il bestiame, saccheggiavano le abitazioni, rastrellando uomini e donne: i primi per costruire piazzole e scavare fosse, le seconde per fini facilmente immaginabili.

Molti avevano trovato ospitalità nel Duomo e nel Seminario di Fiesole, posti entrambi nella piazza principale della cittadina, ora dedicata a Mino da Fiesole.

Lì erano accolti dalla Veneranda Confraternita della Misericordia.

Tale istituzione, che risale ad epoca medioevale, svolgeva opera di assistenza agli infermi, soccorreva i feriti e li curava in una infermeria allestita nel Seminario, si preoccupava di inviare all’ospedale di S. Domenico, meglio organizzato, i malati più gravi, provvedeva alla gratuita sepoltura dei defunti delle famiglie indigenti.

Nell’assolvimento di tale compito i Fratelli della Misericordia vestivano un saio nero con cappuccio per rimanere nell’anonimato, in quanto la loro opera era esclusivamente religiosa e filantropica.

I partigiani si erano rifugiati presso il monte Ceceri, che si trova sul versante sud-est di Fiesole; nascondendosi nelle centinaia di grotte di ampia larghezza che si trovavano alle falde del monte, essi operavano contro il comando germanico con azioni rapide e clandestine.

Anche la zona antica di Fiesole, nonostante la relativa vicinanza col posto di blocco nazista nell’albergo « Aurora », offriva luoghi di rifugio ai partigiani.

A circa 300 metri dall’alberno « Aurora », non lontano dalla zona archeologica, si trovava il Comando C.C. di Fiesole.

I tre carabinieri, Vittorio Marandola, Alberto La Rocca da Sora e Fulvio Sbarretti da Nocera Umbra, al pari di quanti ancora oggi offrono la vita per l’onore della Patria e dell’Arma, non si allearono con il più forte, ma si prodigarono, con sublime visone patriottica, per il bene esclusivo della società italiana.

Conosciuto l’armistizio, le truppe tedesche divennero prepotenti, arroganti e minacciose.

Sorse allora in tutta Italia, con un fenomeno analogo a quanto era già avvenuto o presto avverrà nel resto dell’Europa occupata dalle forze naziste, un movimento di Resistenza (C.I.L., Corpo Italiano di Liberazione) per opera di bande partigiane.

La prova più inequivocabile della grande forza della Resistenza Italiana fu data nell’agosto del 1944 in Toscana, dove i Tedeschi esercitavano una tenace resistenza.

Il 4 agosto fecero saltare tutti i ponti di Firenze, risparmiando solo Ponte Vecchio.

Il 5 agosto il tenente Hiesserich fece deportare indiscriminatamente tutti coloro che erano ritenuti di sentimenti antigermanici.

Il giorno seguente venne diffuso un bando germanico che ordinava l’immediata presentazione di tutti gli uomini dai 17 ai 45 anni; chi non si fosse presentato, se trovato, sarebbe stato arrestato e, dopo le interrogazioni e le sevizie, nel caso di rifiuto a dare notizie sui partigiani, sarebbe stato fucilato.

Molti si presentarono; i più vennero inviati a scavare trincee sulla linea gotica; gli altri vennero lasciati in Fiesole agli ordini dei gendarmi tedeschi.

Ma i Fiesolani non desistettero e, non presentandosi più al lavoro, si nascosero presso le grotte del monte Ceceri, presso il Seminario, il Duomo e presso alcune solitarie abitazioni.

Le donne, i vecchi e soprattutto gli stessi Carabinieri partecipavano al fronte clandestino, fornendo, di notte e lontano dal centro, minuziose informazioni militari, contribuendo all’armamento e al vettovagliamento delle forze partigiane; provvedendo alla protezione dei patrioti.

Su ordine del Comitato di Liberazione Nazionale sorto con l’intento di agire direttamente contro l’occupazione tedesca, l’11 agosto l’insurrezione scoppiò in Firenze, particolarmente martoriata da truppe nazi-fasciste.

Fiesole, che si trova lungo la strada che porta a Firenze, dovette misurarsi con il nemico.

Fu una delle lotte più sanguinose che la storia della Resistenza ricordi, il primo conflitto che generò grande entusiasmo nei patrioti italiani.

Gli uomini della Resistenza avevano generato caos nei nemici che presiedevano Fiesole: rabbiosa fu la loro reazione.

Nella stessa serata dell’ 11 agosto, essi si presentarono alla Caserma dei Carabinieri di Fiesole per arrestare coloro che, era noto anche ai Tedeschi, avevano aderito alla insurrezione,

sostenendola con l’apporto della loro esperienza e del loro cuore generoso. Ma la caserma era vuota; in un angolo era solo la Bandiera Tricolore, quasi ad indicare la ormai inesorabile sconfitta del nemico e l’avanzata delle bande organizzate della Resistenza e delle forze della Carta Atlantica.

Il gerarca nazista pretendeva con minacce dai Carabinieri la rivelazione dei piani della organizzazione partigiana locale, i nomi, i sostenitori, il ruolo stesso che avevano esercitato i Carabinieri del Comando di Fiesole.

I gendarmi alicra, come invasati dalla loro tracotanza pan-germanica, presero dieci ostaggi: Alessandro Manuelli di anni 35, elettricista; Piero Pesciullesi di anni 20, marmista; Giulio Papi di anni 43, decoratore; Mario Vannutti di anni 31, muratore; Eduardo Torrini di anni 22. barbiere; Bruno Fantini di anni 31, contadino; Mario Sani di anni 36, artigiano; Guido Marchini di anni 30, ebanista; Ezio Crescioli di anni 34, falegname; Enrico Jahier di anni 40, decoratore, del tutto estranei al moto insurrezionale, col proposito di fucilarli, nel caso che i Carabinieri Vittorio Marandola, Fulvio Sbarretti e Alberto La Rocca non si fossero presentati al Comando stesso entro poche ore.

I Carabinieri, venuti a conoscenza delle insane intenzioni della gendarmeria tedesca di fucilare « o gli ostaggi o i Carabinieri », pienamente consapevoli del destino loro riservato, verso le ore 15,30 del 12 agosto, tornarono indietro.

Fiesole era deserta: su ogni cosa incombeva il terrore per il recentissimo comunicato nazista; i nostri Carabinieri percorsero con passo sicuro la strada che portava a Villa Martini.

Quivi giunti, vennero sottoposti dal tenente Hiesserich ad un lungo e martellante interrogatorio.

Il tenente insisteva caparbiamente, ma a nulla valse ogni suo tentativo di avere notizie sulla Resistenza: alle imprecazioni e alle urla del tedesco i Carabinieri risposero decisi che si erano presentati per far salva la vita dei dieci ostaggi.

Verso le ore 19,30 si udì il secco e collerico comando di Hiesserich di fucilare gli ostaggi.

Nel cielo di Fiesole, alle ore 20,30 del 12 agosto 1944, presso il giardino di Villa Martini davanti al muro di cinta, risuonò il crepitio lacerante delle armi automatiche, una prima, una seconda scarica, poi alcuni altri colpi ed il grido autentico, fiero, veloce, per timore che venisse troncato dalla morte, di « Viva l’Italia », emesso dai tre Carabinieri.

I Tedeschi, consapevoli forse di aver toccato, con questo delitto, il massimo della bassezza umana, non permisero che i corpi dei militi venissero confusi con altri corpi, ma li posero in un’unica fossa.

Pochi giorni dopo la ritirata dei Tedeschi, i generosi cittadini di Fiesole recuperarono le salme dei tre Eroi dalla fossa ricavata nel luogo stesso dell’eccidio e le seppellirono nel loro cimitero accanto ai loro cari.

Dopo qualche decennio i resti mortali dei tre furono traslati nei cimiteri dei rispettivi paesi.

Le spoglie di Vittorio venivano poste nel cimitero di Cervaro insieme a quelle dei genitori, morti nel frattempo forse per l’età avanzata o più sicuramente per il dolore del caro figlio morto in guerra.

Con decreto del 4 novembre 1946, veniva conferita, alla memoria degli Estinti, la medaglia d’Oro al V. M. con la seguente motivazione:

« Durante la dominazione nazi-fascista, teneva salda la tradizione di fedeltà alla Patria prodigandosi nel servizio ad esclusivo vantaggio della popolazione e partecipando con grave rischio personale al fronte clandestino. Pochi giorni prima della liberazione, mentre già al sicuro dalle ricerche dei Tedeschi, si accingeva ad attraversare la linea di combattimento per unirsi ai patrioti veniva informato che il comando germanico aveva deciso di fucilare 10 ostaggi, nel caso che Egli non si fosse presentato al comando stesso entro poche ore. Pienamente consapevole della sorte che lo attendeva, serenamente e senza titubanze la subiva perché 10 innocenti avessero salva la vita. Poco doto affrontava con stoicismo il plotone di esecuzione tedesco e al grido di "Viva l’Italia" pagava con la sua vita il sublime atto di altruismo. Nobile esempio di insuperabili virtù militari e civili ».

 

 

 

 

 Non vi sono purtroppo foto dell'Eroe Vittorio Marandola da Bambino e quando era giovincello, pertanto dobbiamo rifarci solo alle foto postume presenti dopo il Suo gesto di Eroismo. 

 

 

                                 "   anno 1948   "

       discorso delle Autorità all'arrivo del feretro

         nella contrada dove visse Vittorio Marandola