Quei    tre   militi   quasi   ignoti

 (di Davide Malacaria)

     Nessuno li ricorda più, se non una lapide presso il Palazzo comunale e un monumento, uno dei tanti che s’incontrano nei parchi e nelle piazze italiane, raffigurante una specie di tenaglia che tenta di spegnere una fiamma. Una fiamma, come quella che adorna i berretti dei carabinieri. Questa è la storia di tre di loro, una storia simile a quella di Salvo D’Acquisto, ma che non è così conosciuta. Una storia di eroismo, o forse di semplice bontà, che sicuramente merita la nostra gratitudine.
     A narrarla è un piccolo libricino edito negli anni Settanta, a cura del generale Arnaldo Ferrara, scritto con stile asciutto, che non concede nulla al pietismo e alla ridondanza.

Quasi un rapporto.

     Siamo nell’estate del 1944. Firenze è uno degli obiettivi principali dell’avanzata delle forze alleate, che puntano a liberare al più presto il capoluogo toscano. Poco lontane da questa, le colline di Fiesole costituiscono per i nazisti una zona nevralgica per tentare di contrastare la manovra alleata. La difesa della cittadina viene affidata al tenente Hans Hiesserich, che si insedia a Villa Martini. Allo scopo di martellare la pianura sottostante, nella cittadina è installato un pezzo di artiglieria da 88, che spara alternativamente da due diverse postazioni per confondere le truppe nemiche. Il presidio nazista ha il compito di vigilare sulle strade di accesso a Firenze. Un compito reso più difficile dalle sempre più frequenti incursioni dei partigiani che distruggono mezzi e postazioni difensive, causando non pochi problemi agli occupanti. A prendere parte attiva alla lotta partigiana della zona, anche i carabinieri di stanza a Fiesole. Infatti, al vicebrigadiere Giuseppe Amico, comandante della stazione locale dei carabinieri, è affidato il comando di una delle otto squadre d’azione della Brigata V, che opera nella IV zona "Marte-San Domenico". Un’attività dissimulata, che convive col consueto servizio che le forze dell’ordine svolgono nelle vie della cittadina occupata dai nazisti. Il 27 luglio 1944 alla stazione dei carabinieri arriva una chiamata in codice. Il vicebrigadiere Amico viene informato che sta per essere inviata presso Fiesole una staffetta con l’incarico di consegnare ai partigiani un plico contenente ordini operativi destinati alla seconda Brigata Rosselli. La sera del giorno successivo si presenta al comando un ragazzo di 19 anni, Leonardo Lunari. Il vicebrigadiere Amico incarica tre carabinieri di accompagnare il ragazzo al luogo in cui dovrà consegnare il messaggio ad un’altra staffetta. Il gruppo si avvia al luogo indicato, con il messaggio nascosto nel tacco della scarpa del carabiniere Pasquale Ciofini. Giunti sul luogo dello scambio, presso la chiesa di San Clemente, in frazione Borgunto, arriva una camionetta di tedeschi. Lunari, impaurito, scappa. I tedeschi lo notano. Si scatena un conflitto a fuoco tra i tre uomini dell’Arma e i nazisti. Nonostante siano messi in fuga, i nazisti riescono a catturare Lunari e uno dei militi, Sebastiano Pandolfo.

I due prigionieri sono portati presso una fattoria, nella quale vengono interrogati e torturati per ore, per poi essere uccisi nei giorni successivi. Oltre al dolore, nel comando di Fiesole c’è preoccupazione: la cattura di Pandolfo potrebbe far scoprire la loro attività clandestina a fianco dei partigiani. Il vicebrigadiere Amico viene convocato al comando nazista dove il tenente Hiesserich lo sottopone a un fuoco di fila di domande. Amico si mostra incredulo riguardo all’attività partigiana del suo sottoposto, e spiega che lo stesso si era arbitrariamente allontanato dal reparto nei giorni precedenti. Spiegazioni che non convincono fino in fondo l’interlocutore. In particolare Amico ha sentore che uno dei suoi sottoposti, Ciofini, che aveva partecipato al conflitto a fuoco presso San Clemente, sia stato individuato e lo allontana dalla stazione con un permesso di convalescenza.

Siamo agli inizi di agosto: la pressione su Firenze da parte delle forze alleate è ormai insostenibile. I nazisti fanno saltare tutti i ponti del capoluogo toscano, eccetto il Ponte Vecchio. In tutta la zona viene proclamato lo stato di emergenza.

A Fiesole un bando ordina l’immediata presentazione di tutti gli uomini abili compresi tra i 17 e i 45 anni, che saranno destinati a compiti di supporto civile all’esercito occupante. Alcuni si presentano, altri fuggono, altri ancora trovano rifugio presso il seminario e la Cattedrale. Le donne, i vecchi e gli stessi carabinieri aiutano come possono i fuggitivi, facilitandone la fuoriuscita clandestina e portando loro vettovaglie nei rifugi improvvisati.

Il 6 agosto il vicebrigadiere Amico viene arrestato e inviato in un campo di prigionia, dal quale riuscirà a fuggire pochi giorni dopo per unirsi ai partigiani. In questa temperie, i nazisti arrestano dieci uomini, scelti a caso tra i cittadini di Fiesole.

Un’azione preventiva, tesa a scoraggiare atti ostili da parte delle forze resistenti.

Infatti, un nuovo editto minaccia l’esecuzione degli ostaggi come rappresaglia ad ulteriori attentati. Nonostante la perdita del loro comandante, i carabinieri rimasti alla stazione di Fiesole, Vittorio Marandola, Fulvio Sbarretti e Alberto La Rocca, non cessano la loro attività clandestina, alla quale, come sempre, si affiancano i compiti ordinari.

Ma la situazione precipita, diversi indizi fanno presagire che per loro, come per altri civili, sia in arrivo un provvedimento di deportazione. Così il vicebrigadiere Amico, dalla clandestinità, fa pervenire un messaggio ai tre carabinieri in cui ordina loro di abbandonare la stazione per raggiungerlo a Firenze, travestendosi da "fratelli della misericordia", una confraternita che, svolgendo assistenza sanitaria sia ai civili italiani che ai militari tedeschi, aveva piena libertà di movimento e garantiva l’anonimato. I tre carabinieri fanno quanto ordinato e, abbandonato il comando, raggiungono la sede della confraternita.

Ma è troppo tardi: i posti di blocco tedeschi ormai sono stati chiusi a tutti, compresi i membri della confraternita. I tre decidono di rifugiarsi presso una zona archeologica nei pressi di Fiesole, luogo che offriva garanzie di sicurezza e che si prestava in maniera ottimale a una successiva fuga, consentendo di eludere i posti di blocco tedeschi. Il tenente Hiesserich viene informato della scomparsa dei carabinieri e va su tutte le furie. Convoca due funzionari del Comune e li sottopone ad un vero e proprio interrogatorio. Dal momento che i funzionari non sanno dare alcun tipo di indicazione, Hiesserich, a muso duro, urla ai due che i carabinieri si devono consegnare, pena l’uccisione degli ostaggi. Uno dei due funzionari, il segretario comunale, corre subito dal vescovo, monsignor Giovanni Georgis, e lo informa dell’accaduto. Decidono di avvertire i tre fuggiaschi. Il segretario della curia, monsignor Turini, sa dove si trovano, e incarica il custode della confraternita della misericordia, Guglielmo Olmi, di rintracciarli. Così avviene e, dopo un breve consulto, i carabinieri decidono che Marandola si rechi a parlare con monsignor Turini.

La fattoria Torre al sasso dove furono torturati il carabiniere Sebastiano Pandolfo e la giovane staffetta partigiana Leonardo Lunari. Sotto, gli ostaggi: da sinistra, Ezio Crescioli, Guido Marchini, Bruno Fantini, Alessandro Manuelli, Mario Vannetti, Edoardo Torrini, Piero Pesciullesi.

Non compaiono: Mario Sani, Enrico Jahier e Giulio Papi. Il terzo da sinistra non era fra gli ostaggi

 

 

 

Di questo colloquio non sappiamo molto. Una cosa certa è che monsignor Turini non fa alcuna pressione su Marandola. La situazione è drammatica, l’ultimatum dei nazisti chiaro, ma i tre sono liberi di fare quello che meglio credono. Marandola torna a riferire agli altri. Intanto la voce si è sparsa per tutta la cittadina. Tutta Fiesole è col fiato sospeso. Tutti conoscono quei militari che nella situazione tormentata di quei giorni bui si sono prodigati per loro. È il primo pomeriggio del 12 agosto quando i carabinieri si recano da monsignor Turini a comunicare la loro decisione. Subito dopo, percorrendo le assolate strade di Fiesole, si avviano al comando tedesco dove subiscono un breve interrogatorio.
Verso sera escono dal comando; destinazione: albergo Aurora, requisito dai tedeschi per farne un posto di blocco lungo la via per Firenze. Dopo una brevissima detenzione, sono condotti in un giardino attiguo e fucilati. Sono

le 20 e 30 quando i carabinieri Vittorio Marandola, il carabiniere Fulvio Sbarretti ed il carabiniere Alberto La Rocca rendono il loro ultimo servizio all’Arma di appartenenza ed all’Italia tutta che di lì a poco sarà liberata.


Un gesto eroico, certo, che ha meritato ai tre carabinieri di Fiesole anche la medaglia d’oro al valor militare. Ma a noi piace terminare questa storia pensando che la Madonna, in cui s’aduna quantunque in creatura è di bontate, abbia accolto con benignità questo estremo gesto di bontà. Lei, che l’Arma ha scelto come sua patrona.

( recensione tratta dal sito SECOLO XX e dintorni, a cui vanno i più sentiti ringraziamenti)