I    TRE    CARABINIERI    MARTIRI  DI   FIESOLE

(di Maria Lina VECA) scritto in data 28/11/2003

     Un monumento di bronzo al centro della piazza di Fiesole, proprio davanti all’Albergo Aurora, mura antiche e silenziose, coperte dal verde, un monumento come tanti altri, come tutti i monumenti ai caduti e agli eroi dimenticati, che campeggiano nelle piazze dei paesi .

     Eppure quel monumento ricorda una storia diversa,

     Una storia unica: quella dei tre carabinieri della locale stazione - Vittorio Marandola, Alberto La Rocca e Fulvio Sbarretti - che, nell’agosto del 1944, per salvare le vite di dieci innocenti ostaggi, si presentarono ai nazisti che li fucilarono, proprio contro il muro dell’albergo Aurora.

      Alberto La Rocca è la più giovane Medaglia d’Oro Italiana.

     Era nato a Sora il 30 gennaio 1924, aveva appena vent’anni quando sacrificò se stesso per salvare la vita di dieci ostaggi, in mano ai tedeschi. Ai tedeschi si consegnò, volontariamente, quando venne a sapere che, se non si fosse presentato al comando germanico, gli ostaggi sarebbero stati fucilati; terribile sorte che lui consapevolmente affrontò a Fiesole il 12 agosto 1944, insieme a due compagni,

   il ventunenne Fulvio Sbarretti di Nocera Umbra (Perugia) ed il ventiduenne Vittorio Marandola di Cervaro (Frosinone).

     Tutti e tre sono stati insigniti della medaglia d’oro "alla memoria".

     Tre medaglie d’oro che onorano la bandiera di guerra dell’Arma dei Carabinieri.

      La stazione dei Carabinieri di Fiesole, in quella calda estate del ‘44, era, in realtà, un nucleo di resistenza, una delle otto "squadre d’azione" collegate alla V brigata, impegnate nella IV zona Marte San Domenico.

     In questa zona era compresa Fiesole e la difficile attività dei carabinieri era quella di svolgere una vera e propria azione di guerriglia, con una intensa attività informativa e di collegamento, che costituiva una "copertura" dei partigiani che operavano nella zona, come accadeva, ad esempio, per le staffette che portavano ordini operativi.

     In quel nucleo, condotto dallo stesso comandante, il vicebrigadiere Giuseppe Amico, erano operativi i carabinieri Vittorio Marandola, Fulvio Sbarretti, Alberto La Rocca, Pasquale Ciofini, e Sebastiano Pandolfo.

     Un brutto giorno - era il 27 luglio - un’autocolonna carica di SS sorprese tre carabinieri in attesa di una staffetta partigiana, vicino alla Chiesetta di San Clemente. Il carabiniere Pandolfo, dopo un conflitto a fuoco, venne ferito e catturato, insieme al partigiano Rolando Lunari, detto "Bomba". Sebastiano Pandolfo fu torturato e seviziato per ore e ore, nella fattoria Torre al Sasso: dalla sua bocca non uscì una parola che potesse mettere in pericolo i suoi compagni. Pandolfo, subito prima della cattura, arrivò addirittura ad ingoiare il messaggio che conteneva gli ordini, per non farlo cadere in mani nemiche. Dopo la tortura, vista la sua resistenza e l’inutilità di continuare l’interrogatorio, i tedeschi lo condussero nel Bosco Nuovo di Masseto, vicino alla Chiesa di San Martino Opaco, e lo finirono con una raffica di mitra. L’attività partigiana dei carabinieri di Fiesole rischiava così di essere scoperta: nei tedeschi si insinuava il dubbio che proprio la stazione dell’Arma fosse il centro di un’attività clandestina e ostile.

     Tuttavia il vicebrigadiere Amico finse di cadere dalle nuvole quando fu convocato a Villa Martini, sede del comando tedesco, retto dal comandante del presidio germanico della cittadina, tenente Hans Hiesserich.Il comandante della stazione finse incredulità di fronte alle affermazioni dell’ufficiale tedesco sull’attività partigiana del carabiniere Pandolfo, fece allontanare il carabiniere Ciofini, sospettato di essere stato coinvolto nella sparatoria nei pressi della Chiesa di San Clemente, mandandolo a Firenze perché raggiungesse le unità clandestine. Erano giornate drammatiche per Firenze e per tutti i paesi intorno: alla lotta per la liberazione del capoluogo toscano si univano tutte le forze partigiane della regione. Il tenente Hesserlich, per tentare di allentare la pressione del "fronte clandestino", decideva, il 5 agosto, di operare deportazioni indiscrinate di tutte le persone sospettate, direttamente o indirettamente, di attività partigiana o di fiancheggiamento.

     Il 6 agosto la situazione precipitava: i tedeschi, ormai in ritirata, arrestavano il vicebrigadiere Amico e altri ostaggi, portandoseli fino al passo del Giogo, sulla Linea Gotica. Veniva dichiarato lo stato d’emergenza: compariva sui muri di Fiesole un lugubre bando del comando germanico. Si ordinava che si presentassero immediatamente tutti gli uomini dai 17 ai 45 anni. Dovevano essere passati per le armi coloro che non avessero rispettato l’ordine. Nonostante la minaccia della fucilazione immediata, furono tanti quelli che non risposero, che preferirono nascondersi, tentando di raggiungere i partigiani. Per quelli che si presentavano, il comando era quello di scavar trincee. I tedeschi prelevarono ostaggi fra i civili rastrellati: ne scelsero dieci a caso, li chiusero nel sottoscala dell’Albergo Aurora, pronti a fucilarli in caso di eventuali azioni di sabotaggio. Fra quegli ostaggi, crudelmente scelti "a caso", c’erano giovani artigiani, un muratore, un contadino, un elettricista, un marmista - un ragazzo di appena vent’anni - e ancora, un falegname, un ebanista, due decoratori. Gente qualunque, figli del popolo, così come lo erano i carabinieri della stazione di Fiesole. Gente qualunque, chiamata a vivere i giorni più crudeli della storia. Quegli uomini, quei giovani, rinchiusi nel sottoscala dell’albergo Aurora, erano merce di scambio, pronti ad essere immolati in caso di attentati o di attività contro il comando tedesco. I carabinieri, nonostante il precipitare della situazione, e nonostante l’arresto di Amico, continuavano ad agire senza tregua : esternamente l’attività era quella di qualunque stazione dei carabinieri, ma era sempre più intensa anche l’attività clandestina. A Firenze era ormai entrata l’8 Armata Britannica, e il Vicebrigadiere Amico - che aveva tentato con successo la fuga il 10 agosto, congiungendosi con i partigiani della divisione "Giustizia e Libertà" - riuscì a far pervenire ai "suoi" carabinieri, Marandola, La Rocca e Sbarretti, l’ordine di darsi alla macchia. I carabinieri di Fiesole, infatti, rischiavano ormai di essere deportati a Nord, al momento della ritirata dei tedeschi, così come era accaduto in altre città. L’ordine del Vicebrigadiere, pertanto, era quello di abbandonare la caserma, dopo aver seppellito nel cortile le armi lunghe, e di raggiungerlo a Firenze, passando attraverso le linee tedesche travestiti con il saio e il cappuccio dei Fratelli della Misericordia. Era la notte dell’11 agosto, quando i tre seppellirono i moschetti e il fucile mitragliatore nel giardino della caserma e si incamminarono verso i locali della Confraternita della Misericordia. Era già troppo tardi: i posti di blocco chiudevano ogni via di scampo, anche ai Fratelli della Misericordia era ormai proibito circolare per portare soccorso ai feriti, ai malati e agli infermi.

     I tre carabinieri non riuscirono a lasciare Fiesole, ripararono nella zona archeologica, dove posero provvisoriamente una base operativa. Quando il tentente Hiesserich - al mattino del giorno dopo, il 12 agosto, verso mezzogiorno - scoprì che la stazione era rimasta vuota, e che le armi erano scomparse, ebbe una reazione violenta, minacciando immediate rappresaglie. Dopo aver convocato il segretario e l’impiegato comunale, per chiedere dove fossero i tre giovani carabinieri, non avendo ottenuto risposta, ordinò la fucilazione di 10 ostaggi se non si fossero immediatamente ripresentati. Sembra che le sue parole siano state: "O saranno fucilati gli ostaggi civili, o saranno fucilati i carabinieri". Il segretario comunale, Luigi Oretti, sconvolto per le piega che gli avvenimenti stavano prendendo, corse ad informare il vescovo, Monsignor Giorgis. Non si offrono vie di scampo per la vita degli ostaggi civili: il vescovo viene a sapere dal segretario della Curia, Monsignor Turini, che i carabinieri sono stati visti nella zona del teatro romano, e invia a rintracciarli il custode della Confraternita. E’ Marandola che si reca a parlare con il segretario della Curia, nella sede della Confraternita. Capisce che l’intenzione dei tedeschi è quella di passare per le armi gli ostaggi, o i carabinieri. Torna nel provvisorio nascondiglio che condivide con La Rocca e Sbarretti, li informa di quanto sta avvenendo. La decisione è unanime: si presenteranno per salvare la vita degli ostaggi. Erano ormai arrivati alla linea del fronte, potevano salvarsi la vita, non lo fecero. Erano pienamente consapevoli di quello che voleva dire tornare, eppure lo fecero. Percorsero la strada che li conduceva a Villa Martini, il comando tedesco. Era una strada vuota, deserta, il terrore aveva trasformato Fiesole in un deserto. I tre giovani erano sereni, quasi impazienti di arrivare. A Villa Martini si consegnarono al Tenente Hiesserich, furono sottoposti ad interrogatorio lungo e pesante, affinchè rivelassero qualcosa sulla loro partecipazione alla Resistenza locale, qualcosa sui loro compagni, sui piani, sui progetti, sull’organizzazione. I tre carabinieri mantengono la loro serenità, la loro imperturbabile tranquillità. Ribadiscono che si sono presentati perchè il loro unico intento è quello di salvare la vita a dieci ostaggi innocenti.

Quello è il solo motivo e quella è l’unica cosa che hanno da dire.

     E’ ormai la sera di quella lunga giornata del 12 agosto 1944, sono le 19.30. Hiesserlich impartisce un ordine: comanda che i tre siano rinchiusi in un vano seminterrato dell’Albergo Aurora, un locale vicino a quello in cui i dieci ostaggi lottano contro il terrore della morte annunciata. Passano circa tre quarti d’ora prima che i carabinieri della stazione di Fiesole vengono condotti all’esterno: Vittorio Marandola, Alberto La Rocca e Fulvio Sbarretti vengono fucilati contro il muro di quello stesso Albergo Aurora, che incombe con la sua presenza in questa storia tragica e straordinaria. Quell’Albergo Aurora, che è ancora al suo posto, indifferente alle memorie crudeli e al passare degli anni, elegante e discreto, circondato dal verde, con la bella terrazza coperta di rampicanti, e il muro bagnato dal sole, lo stesso muro davanti al quale morirono i tre carabineri. I due più "vecchi", Sbarretti e Marandola, hanno ventidue anni. Il più giovane, La Rocca, appena vent’anni. Così recita la motivazione della sua medaglia d’oro alla memoria: "Durante la dominazione nazi-fascista, teneva salda la tradizione di fedeltà alla Patria, prodigandosi nel servizio ad esclusivo vantaggio della popolazione, partecipando con grave rischio personale all’attività del fronte clandestino. Pochi giorni prima della liberazione, mentre già al sicuro dalle ricerche dei tedeschi, si accingeva ad attraversare la linea di combattimento per unirsi ai patrioti, veniva informato che il comando germanico aveva deciso di fucilare dieci ostaggi, nel caso che egli non si fosse presentato al comando stesso entro poche ore. Pienamente consapevole della sorte che lo attendeva, serenamente e senza titubanze la subiva perchè dieci innocenti avessero salva la vita..." Quella frase della motivazione, "prodigandosi nel servizio ad esclusivo vantaggio della popolazione", non è una frase di maniera: letta con attenzione, può chiarire quanto sia straordinaria e insieme "ordinaria" la vicenda dei tre giovani eroi di Fiesole. Perchè nel "prodigarsi a vantaggio della popolazione" dei tre carabineri di Fiesole, c’è molto del senso dell’appartenenza a quell’Arma di cui hanno servito e onorato la divisa. Perchè il lavoro dei carabinieri - e, in particolare dei carabinieri di una piccola stazione di un qualunque paese italiano - oltre a quello, conosciuto e, in qualche modo, "scontato", di combattere la criminalità e di garantire la legalità, è anche, e soprattutto, quello di essere vicini alla gente, di condividerne dolori e speranze, di conoscere i problemi e la vita di ognuno, di aiutare e prevenire, di soccorrere chi è in pericolo o in difficoltà e di opporsi alla tracotanza dei prepotenti. In tutta la storia dell’Arma ci sono il rispetto e l’amore per la popolazione, l’attenzione e la vicinanza ai più deboli. L’azione quotidiana dei nostri Carabinieri è qualcosa che va molto oltre il semplice rispetto della legge. E’ un’attività rispettosa dei diritti di tutti, di tutela della popolazione. Sicuramente anche nella piccola stazione di Fiesole, ci sarà stata, perfino nei giorni più crudeli della guerra, quell’atmosfera rassicurante di sana e salda presenza che si ritrova in qualunque stazione dei carabineri di qualunque paese italiano. A tutto questo sono stati fedeli i tre carabinieri. Sono stati coerenti con la vocazione che li aveva portati nell’Arma, sono stati coerenti alla dedizione, alla capacità professionale, all’umanità, che avevano promesso di dedicare ai loro concittadini. Coerenti fino al più grande sacrificio, quello della vita, della loro giovanissima vita. Per tutto questo sono morti, i tre giovani carabinieri di Fiesole, consapevolmente e serenamente.

Ed è il caso di ricordare il contesto in cui, dopo l’invasione delle truppe tedesche (1943) anche l’Arma venne travolta nella spaccatura del Paese al momento della fondazione della Repubblica sociale italiana. I Carabineri salvarono l’onore, anche nella sconfitta. L’ 8 settembre 1943. Era stato, forse, il giorno più nero nella storia del nostro Paese. Lo sbandamento delle forze armate, la fuga del Re e di Badoglio, la reazione dei tedeschi, che si sentivano pugnalati alle spalle, sono avvenimenti che hanno inciso per anni, creando divisioni profonde, a tutt’oggi ancora non definitivamente sanate. L’Arma non si sbandò, se non in minima parte, continuò, fin dove fu umanamente possibile, a rappresentare una sicurezza per i cittadini. E’ una storia luminosa che emerge rileggendo le vicende dell’Arma dei Carabinieri in quel periodo crudele. Mussolini, liberato con un colpo di mano dei paracadutisti tedeschi dalla strana prigionia in

cui si trovava a Campo Imperatore, aveva enunciato i punti fondamentali su cui si sarebbe fondata l’attività del nuovo Stato repubblicano che egli intendeva instaurare. Il primo punto, "riprendere le armi al fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati", conduceva inevitabilmente al secondo: "preparare la riorganizzazione delle Forze Armate".

Ma per procedere a questa riorganizzazione andavano risolti due quesiti fondamentali. In primis, le forze armate dovevano essere costituite da personale di leva o da volontari? Secondo problema (secondo solo in ordine di enunciazione) : si doveva ricostituire un esercito apolitico, o la forza armata doveva avere una chiara connotazione di Milizia di partito? Il 15 settembre, Mussolini aveva firmato cinque ordini del giorno, nei quali, tra l’altro, ordinava la ricostituzione di tutti i reparti della disciolta (dal governo Badoglio) MVSN (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale), e ne nominava comandante il quarantasettenne Renato Ricci, già legionario fiumano, fondatore del fascio di Carrara, console generale della Milizia, parlamentare dal 1924, presidente dell’Opera Nazionale Balilla. Mussolini sembrava propendere per un esercito di partito: "... preparare senza indugio la riorganizzazione delle nostre forze armate attorno alle formazioni della Milizia: solo chi è animato da una fede e combatte per un’idea non misura l’entità del sacrificio". Ricci, che già in cuor suo si considerava comandante in capo dell’esercito, parlava di una Milizia composta di "due grandi branche. Una, la

Milizia Legionaria, assorbirà tutti i giovani di leva... L’altra si chiamerà Milizia Legionaria Giovanile e arruolerà i ragazzi dai 18 ai 22 anni che si presenteranno volontari entro il 31 ottobre..."

Dunque, nella visione di Renato Ricci, si doveva costituire chiaramente un esercito di partito, comunque dotato di una base formata da personale di leva. Di visione opposta era però il neo ministro della Difesa Nazionale, il maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani. Nato nel 1882, militare di carriera, era divenuto ministro quasi per caso, o, più propriamente, per mancanza di altri personaggi presentabili, non invisi ai tedeschi, e disposti ad assumersi una tale grana. Graziani non aveva dato brillanti prove di sé. I galloni di maresciallo se li era guadagnati, nel 1936, nella campagna etiopica, ma il suo nome era poi rimasto legato, quale comandante in capo delle forze italiane in Africa settentrionale, alla perdita dell’intera Cirenaica (5 gennaio 1941). Nel febbraio del 41, sostituito dal generale Gariboldi, Graziani si era ritirato a vita privata nella sua villa di Arcinazzo (Roma). E qui era stato raggiunto, il 22 settembre del 43, dal sottosegretario Barracu, che lo aveva invitato ad assumere la carica di ministro della difesa nazionale nel governo della Repubblica Sociale Italiana. Dapprima riluttante, Graziani poi accettò, anche dietro le pressioni dell’ambasciatore tedesco Rahn. Contrario, come la maggior parte degli ufficiali di carriera, alle milizie di partito, il neo ministro della difesa nazionale esprimeva, sin dalla prima riunione del governo di Salò (27 settembre 1943) l’intenzione di costituire "un esercito a base nazionale, apolitico, con quadri esclusivamente volontari e truppe in gran parte volontarie, inquadrate in uno Stato il più possibile liberale e democratico" "L’esercito deve essere nazionale e apolitico, inoltre assolutamente unitario: finirla con la molteplicità delle creazioni militari che ci avevano portato all’impotenza". Giocava probabilmente in Graziani la preoccupazione di predisporsi qualche credenziale democratica (invocando un esercito "apolitico", uno Stato "liberale e democratico") in vista di un’eventuale conclusione per lui negativa. Dal discorso radio del 18 settembre Mussolini oscilla tra Graziani e Ricci fino a giungere, nella riunione di gabinetto del 20 novembre, all’istituzione della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), una soluzione di compromesso. La GNR era arma combattente, in quanto quarta forza armata dello Stato (assieme ad esercito, marina e aeronautica). Non dipendeva però dal ministero della difesa, ma dal partito, tramite Renato Ricci, che era nominato comandante generale di questa nuova formazione. Era però anche forza di polizia, come specificato dallo stesso decreto istitutivo. Era formata dalla MVSN, dai Carabinieri e dalla PAI - Polizia dell’Africa Italiana.Ricci non poteva quindi arruolare i giovani di leva, che restavano di competenza dell’esercito apolitico di Graziani, anche se quest’ultimo (favorevole, come vedevamo sopra, a privilegiare una ferma volontaria) da subito aveva manifestato tutte le sue perplessità sui richiami alle armi, convinto che avrebbero creato più danni politici che vantaggi.

Con lo stesso decreto veniva istituita anche la polizia repubblicana, creando così uno di quei doppioni (o più) a cui Mussolini non riusciva a rinunciare, con più polizie che spesso non avevano altro compito che sorvegliare i nemici, sorvegliandosi poi tra loro. L’esercito restava un’istituzione apolitica separata dal partito (anche se tutta la sua attività sarebbe stata, di fatto, controllata dalle autorità tedesche), il partito aveva di nuovo la sua forza armata, l’impopolare Milizia

sopravviveva ma faceva quello che oggi chiameremmo un lifting.

Come vedevamo sopra, la GNR era formata dalla MVSN, dai Carabinieri e dalla PAI (Polizia Africa Italiana). In più, ovviamente, concorrevano a formare il personale della GNR i giovani che chiedevano l’arruolamento. Con questo materiale umano Ricci doveva ora far funzionare la nuova "arma combattente e corpo di polizia". La struttura territoriale iniziale fu, inevitabilmente, quella dell’Arma dei Carabinieri, già capillarmente presente sul territorio con le stazioni, le tenenze e le compagnie. Sino al livello di comando di battaglione la GNR non era altro che (dal punto di vista organizzativo) l’Arma, con qualche cambiamento di denominazioni: le tenenze e le stazioni divennero "presidi" e "distaccamenti". Ma i veri problemi derivarono, da subito, da un connubio impossibile: quello dei militi con i carabinieri.

Tra le due componenti correva un cordiale odio

reciproco. I carabinieri, militari altamente specializzati e con oltre un secolo di tradizione alle spalle, non potevano vedersi affiancare da militi, spesso senza esperienza e di sedici - diciassette anni. I carabinieri, inoltre, erano spesso chiamati "assassini di Muti" (Ettore Muti, già segretario del partito fascista, pluridecorato in guerra, era stato ucciso a Fregene, in circostanze mai chiarite, nella notte tra il 23 e il 24 agosto del 43, quando i carabinieri si erano recati ad arrestarlo, su ordine di Badoglio).I carabinieri erano comunque gli unici che, anche dopo l’8 settembre, avevano mantenuto una certa compattezza ed efficienza. All’8 settembre gli ottantamila uomini della Benemerita avevano ricevuto dal loro comandante, il generale Angelo Cerica, l’ordine di "restare al proprio posto". Bisognava continuare a "...svolgere il servizio. Gli sbandamenti devono essere assolutamente impediti".Mario Soldati, nell’introduzione ai suoi Nuovi racconti del Maresciallo, dice che il suo protagonista pronunciava la parola "Servizio" così, con la "S" maiuscola, perché "per lui è sempre stata la più sacra di tutte... "

Il grande scrittore aveva centrato quella peculiarità che fa, come faceva già in passato, dell’Arma Benemerita un unicum nel vasto panorama delle nostre forze armate. Il carabiniere ha le stellette, è anch’egli un soldato.

Ma a differenza del soldato, che spesso vive una realtà di caserma ben distinta da quella del civile, il carabiniere vive tra la gente, ha la consegna di "difendere a qualsiasi prezzo la comunità a lui affidata".

Il carabiniere è la presenza tranquillizzante, è il soldato che combatte quotidianamente la sua guerra per il mantenimento della civile convivenza e per il rispetto delle leggi.

La doppia veste, di militare e di poliziotto, ha fatto sì che tra i carabinieri i casi di malcostume, corruzione, abuso (presenti anche nelle migliori polizie del mondo) siano sempre stati limitati e, in genere, rapidamente repressi. La disciplina e l’inquadramento militare hanno fatto insomma del carabiniere un poliziotto assolutamente speciale, tant’è che tra la malavita la figura del carabiniere ispira, e ha sempre ispirato, quella paura mista a metus reverentialis che si prova solo nei confronti di chi si avverte come naturalmente superiore.

Con il ritorno di Mussolini e l’istituzione della Repubblica Sociale tutto divenne terribilmente difficile.

Se la spaccatura in due dell’Italia fu causa per moltissimi di dolorose crisi di coscienza, con scelte spesso rispettabili da entrambe le parti, per i Carabinieri, in particolare, c’era un’altra

componente: quel "Servizio" che il loro comandante generale aveva ribadito che non doveva subire interruzioni.

Anzitutto, quanti erano i carabinieri alla data dell’8 settembre, e quanti di essi si trovarono incorporati, ex lege, nella GNR?

L’Arma contava ottantamila uomini, compresi in essi circa dodicimila militari che si trovavano nelle varie zone di guerra fuori dal territorio nazionale, sia come combattenti che come truppa d’occupazione.

Nel caos che seguì all’annuncio dell’armistizio i carabinieri mobilitati nelle diverse unità dell’esercito seguirono le sorti di quest’ultime. In Dalmazia, Slovenia, Grecia, Albania e Francia

furono circa diecimila gli uomini della Benemerita catturati e deportati in Germania; altri 1.500 furono disarmati e catturati a Roma. Circa 7.000 infine furono gli sbandati.

Con questo primo salasso appare irrealistica la cifra di 75.000 carabinieri incorporati nella GNR, riportata dai giornali dell’epoca e ripresa nel dopoguerra dalla pubblicistica neofascista. Il primo dato certo su cui ci si può basare è lo "specchio" dell’ufficio ordinamento del comando generale dell’Arma, che al 1° marzo 1944 (quindi poco più di tre mesi dopo la costituzione della GNR) censisce in servizio 44.198 uomini: 790

ufficiali, 8.253 sottufficiali e 35.155 fra appuntati e carabinieri. Prima della costituzione della GNR i tedeschi manifestarono diffidenza verso i reparti territoriali, che erano rimasti in servizio per espletare i normali servizi di istituto, tollerandone la presenza laddove questa veniva considerata utile per l’ordine pubblico. Ma in altri casi lo scontro ci fu, e fu sanguinoso, come a Napoli dove, il 12 settembre 43, i 14 carabinieri della Stazione Porto, che avevano rifiutato di consegnare le armi ai tedeschi, furono immediatamente fucilati. Né si possono dimenticare gli uomini della Legione Allievi Carabinieri di Roma, che si scontrarono coi tedeschi nella capitale dall’8 al 10 settembre, lasciando sul terreno 21 caduti.

Insomma, i carabinieri erano uomini poco disposti a lasciarsi disarmare, anche perché animati da un senso del Servizio che veniva rafforzato dal pericolo che anche la popolazione civile potesse subire rappresaglie.

Con queste premesse, l’incorporazione dei carabinieri nella GNR era un assurdo, e le autorità di Salò se ne sarebbero rese conto ben presto. L’Ufficio "Situazione" del comando generale della GNR (uno dei pochi settori che funzionarono sempre in questa forza armata) redigeva quotidianamente dei rapporti riservati. In questi rapporti spesso si legge una denuncia:

"i carabinieri sabotano".

I rapporti della GNR erano indirizzati solo ai massimi vertici di Salò.

Il maresciallo Graziani dichiarerà dopo la guerra:

"la fusione GNR - carabinieri non fu che un ibrido e naturalmente non riuscito connubio".

Il 9 novembre le autorità di Salò avevano pubblicato il primo ordine di chiamata alle armi. Graziani era stato fino all’ultimo contrario alla coscrizione obbligatoria, perché ne temeva i contraccolpi. Mussolini aveva invece voluto questa prima chiamata, mobilitando anche tutti i prefetti della Repubblica Sociale affinché contribuissero "con opera intensa di propaganda e di vigilanza, chiamando alla collaborazione tutte le forze sociali... Il successo della presentazione sarà il segno sicuro della ripresa nazionale".

Se si leggono le documentazioni dei ricostituiti distretti militari si può constatare che, salve alcune eccezioni, si presentarono, ai diversi Distretti, dal 55 all’80% dei richiamati, il che poteva già essere considerato un successo, stante il caos amministrativo in cui si trovarono a operare le autorità militari repubblichine.

La renitenza comunque esisteva, seppur non gigantesca come sostenne la pubblicistica di sinistra, e poco dopo l’arruolamento iniziò un altro fenomeno, quello delle diserzioni, dovute a diversi fattori. Anzitutto molto giocò la paura di doversi trasferire in Germania per l’addestramento; poi la mancanza di tutto, dalle armi, alle uniformi, fino alle più elementari attrezzature di caserma, contribuì a scoraggiare molti giovani. Ferruccio Parri dichiarò, dopo la Liberazione, che il governo di Salò aveva contribuito agli arruolamenti nelle bande partigiane perché la chiamata alle armi dell’inverno 1943 aveva spinto molti giovani a scegliere la via della montagna. Più obbiettivamente va detto che per molti coscritti le alternative erano ben poche: o con l’esercito di Salò, o con i partigiani, salvo scegliere una solitaria e poco pensabile vita alla macchia.

Le gravi carenze materiali delle forze armate di Salò derivavano in buona parte dalla gigantesca rapina operata dai tedeschi dopo l’8 settembre.

Con la scrupolosa passione per l’ordine amministrativo che caratterizzava i tedeschi, anche nelle attività sulle quali sarebbe stato meglio stendere il silenzio, il generale Alfred Jodl, capo Ufficio operazioni del Comando Supremo elencava il seguente bottino sottratto all’alleato italiano: 1.255.660 fucili, 38.383 mitragliatrici, 9.986 pezzi di artiglieria, 15.000 automezzi, 6.760 muli e cavalli, vestiario per mezzo milione di uomini.

In questa situazione la chiamata alle armi del 9 novembre 1943 aveva comunque creato due categorie contro le quali lo Stato doveva agire: i renitenti e i disertori.

E fu, a ben vedere, con questa chiamata alle armi che iniziò veramente la guerra civile in Italia, sporca e tragica come tutte le guerre fratricide.

I notiziari della GNR continuano a ripetere un ritornello: "... del tutto insufficiente la collaborazione dei carabinieri. In territorio di giurisdizione dall’8 settembre ad oggi non hanno mai fatto fermi di carattere politico o proceduto all’arresto di renitenti o disertori..."

Molti militi dell’Arma non si limitano a sabotare, o a difendersi con l’assenteismo, o a procurarsi lunghissime licenze di convalescenza. Iniziano le fughe, e iniziano a formarsi anche le prime bande partigiane composte da carabinieri.

10 dicembre 1943: il tenente colonnello, comandante del Gruppo carabinieri di Ascoli Piceno, si allontana per mare su un natante, portando con sé, oltre a numerose armi, alcuni ufficiali subalterni e due prigionieri inglesi. Il locale comandante della Milizia fa circondare la caserma di Ascoli per sventare altre fughe.

Da Pola: "quotidianamente interi presidi dell’arma dei carabinieri dislocati in provincia passano ai ribelli, portando seco tutto l’armamento. Su circa 900 carabinieri, diverse centinaia hanno già defezionato... "

Iniziano anche gli arresti di carabinieri in contatto coi ribelli. Il governo di Salò deve contemporaneamente controllare i carabinieri e iniziare a tamponare i vuoti. Al 1° marzo 1944 saranno già 3.634 le Camicie Nere dirottate verso le caserme dei carabinieri in questo duplice compito.

Con la fine del mese di maggio del 44 le defezioni degli uomini della Benemerita si fanno massicce. Sta infatti prendendo corpo il vecchio progetto tedesco di "trasferire" in Germania diecimila carabinieri, da impiegare come bassa forza nei servizi antiaerei e nella sorveglianza del campi di aviazione. I tedeschi, impegnati sul fronte dell’est e sul nuovo fronte francese, hanno fame di uomini per i servizi di retrovia, e poi c’è il vantaggio di allontanare dall’Italia questi soldati infidi.

In certi casi si ricorre ai rastrellamenti, come accade il 13 giugno 44 al Comando Presidio di Arona, che viene circondato dalla polizia tedesca, che procede all’arresto e al disarmo dei carabinieri presenti in caserma.

Gli ordini tedeschi non si possono discutere, e con il 20 giugno 44 saranno circa 2.800 i carabinieri trasferiti in Germania.

Complessivamente erano partiti da Verona e Milano

4.000 uomini, ma non ci fu sosta dei treni senza fughe, individuali o di gruppi.

A luglio di quell’anno inizia poi il dramma dei carabinieri dislocati sul litorale adriatico, a Trieste, Fiume e Pola. Qui i tedeschi decidono d’autorità lo scioglimento dei Gruppi Carabinieri; all’offerta di essere inquadrati definitivamente nella Milizia, solo un centinaio di uomini aderisce (su oltre 800). Gli altri scelgono l’internamento in Germania, o riescono a fuggire.

E si arriva al 5 agosto 1944. I tedeschi hanno perso la pazienza, hanno bisogno di uomini e, con una serie di operazioni fulminee che ricordano quelle del settembre 43, uomini dell’esercito tedesco e delle SS fanno irruzione nelle stazioni, nei presidi e negli uffici della GNR e prelevano gli ex carabinieri rimasti in servizio.

E’ l’ultimo atto del dramma per l’Arma che non si volle arrendere. Vestiti con le divise della Luftwaffe, indrappellati sotto l’occhio delle SS, i carabinieri si avviano ai treni per la Germania.

Qualcuno, Dio sa come, è riuscito a procurarsi uno striscione, che resterà appeso per diversi minuti sul fianco di uno dei vagoni in partenza dalla stazione di Torino Porta Susa. Sopra c’è scritto: "Siamo Carabinieri Reali, che per volontà del PFR (partito fascista repubblicano, n.d.r.) vestiamo da pagliacci. Ritorneremo! Viva i carabinieri!". Il 25 agosto del 1944 il tenente generale Niccolò Nicchiarelli, già capo di stato maggiore della GNR e ora, dopo il siluramento di Ricci, comandante generale, dispone che "al 1° settembre tutti gli ufficiali, sottufficiali graduati e militi della GNR provenienti dall’Arma dei carabinieri sono dispensati dal servizio e posti in congedo". Di lì

a poco anche la GNR entrerà in piena crisi, anche perché poteva ormai far conto solo sulla Milizia, ossia su una forza che si andava liquefacendo con rapidità. Gli alleati avanzavano e via via che occupavano i territori, l’Arma riprendeva i propri compiti di istituto per la tutela dell’ordine pubblico. A Salò resterà l’ultimo disperato tentativo di formare delle unità militari con le Brigate Nere volute da Pavolini, quando ormai gli Alleati erano sulla linea del Po. Nel corso dell’intera campagna di guerra 1940-1945, l’Arma ebbe 3.520 Caduti, 578 dispersi e circa 15.000 feriti. Le ricompense individuali furono numerosissime: 5 Ordini militari d’Italia, 47 medaglie d’oro al valor militare, 285 d’argento, 764 di bronzo e 1.587 croci di guerra al v.m.. Alla Bandiera dell’Arma vennero concesse una

medaglia d’oro al v.m . per il I gruppo carabinieri A.O. (Culqualber), due d’argento per il battaglione carabinieri paracadutisti (Gebel via Balbia A.S.) e per i reparti carabinieri della divisione italiana partigiani "Garibaldi" (Jugoslavia) ed una medaglia di bronzo al v.m. per il III battaglione carabinieri mobilitato (Klisura fronte greco). In questo contesto si inquadra la storia dei giovani eroi di Fiesole. E riprendiamo la motivazione delle medaglie d’oro: "Appreso che se non si fossero presentati sarebbero stati fucilati 10 ostaggi presi tra i cittadini, decisero di tornare al loro posto e affrontare la sorte. Arrestati e rinchiusi nel sotterraneo di un albergo, ne vennero fatti uscire dopo meno di un’ora e, appena all’aperto, uccisi con tre scariche di fucile mitragliatore, mentre partiva da uno di essi il grido di "Viva l’Italia". Qui abbiamo un esempio di un modo veramente particolare di partecipare a una guerra civile: quello di non perdere la dignità e l’umanità. I corpi dei tre carabinieri furono recuperati, dopo la ritirata dei tedeschi, dalla fossa in cui erano stati gettati, sul luogo stesso del loro martirio. Sono rimasti a Fiesole, dove era stata la vita della loro stazione di carabinieri, sepolti nel cimitero del paese, circondati dalla pietas dei concittadini, eroi civili e moderni, indimenticati e indimenticabili "martiri di Fiesole".

(tratta dal sito www.tibereide.it)