S P E C I A L E  -  2  5  -    A P R I L E  
 

Roma – 25 Aprile 2008

il Capo dello Stato ha dovuto oggi di nuovo puntualizzare la sua posizione nell’intervento del pomeriggio a Palazzo Ducale, a Genova.

« Dopo tanti anni di quegli eventi - ha detto - si può e si deve dare una «analisi ponderata che però non significhi in alcun modo confondere le due parti in lotta, appiattirle sotto un comune giudizio di condanna e di assoluzione». E questo, aggiunge, «vale anche per i fenomeni di violenza che caratterizzarono in tutto il suo corso la guerra antipartigiana e da cui non fu indenne la Resistenza, specie alla vigilia e all’indomani della Liberazione». È un dovere verso i paese, quello della chiarezza. Perchè questa fu «una straordinaria prova di riscatto civile e patriottico», e quindi «non può appartenere solo ad una parte della nazione». Al contrario, «deve porsi al centro di uno sforzo volto a ricomporre in spirito di verità la storia della nostra Repubblica». L’eredità spirituale e morale della Resistenza vive nella Costituzione - ha detto - e in quella Costituzione possono riconoscersi anche quanti vissero diversamente gli anni 1943-1945, quanti ne hanno una diversa memoria per esperienza personale o per giudizi acquisiti. E’ un patrimonio che appartiene a tutti e vincola tutti». E ancora: «Le ombre della Resistenza non vanno occultate, ma guai a indulgere a false equiparazioni e banali generalizzazioni; anche se a nessun caduto, e ai familiari che ne hanno subito la perdita, si può negare sul piano umano un rispetto maturato col tempo».

 

 
 

RUSCONI : PER UNA FESTA CONDIVISA ? LA POLITICA E’ IN RITARDO

COSI’ L’ITALIA  NON  AVRA’ IL SUO 14 LUGLIO

Di TERESA BARTOLI

«Con frustrazione e grande tristezza» Gian Enrico Rusconi, professore di Scienza politica all’Università di Torino, accetta di discutere «cose che si pensasse fossero state chiarite dieci anni fa». Un lungo ragionamento che, col distacco di chi è per lavoro a Berlino e guarda l’Italia da lontano, porta lo storico a dire che il 25 aprile non sarà mai, davvero, festa di tutti.

Dott. Rusconi siamo nel 2008 e si discute ancora della difficoltà di una memoria condivisa. Da storico, come lo spiega?

«Quello che sta succedendo a livello di cultura, stavo per dire sub-cultura politica, mi sembra molto legato alla congiuntura politica del momento - periodo. Dal punto di vista scientifico e della pubblicistica il problema era già risolto. Anche le parole, persino tardive ma che tanta polemica provocarono, dell’allora Presidente della Camera Luciano Violante, lo dimostravano. Come anche le parole di Fini che a Fiuggi riconobbe il valore della Resistenza. Certo, lo fece contestando i comunisti che certamente " non erano democratici ". Ma che scoperta! Certo, alcuni di loro sognavano la rivoluzione, altri una trasformazione strutturale. Ma meditiamo, chi, nel ’43 - ’45, aveva un’idea così come è la democrazia di oggi? E stato un processo lento. Le cui premesse, però, erano nel 25 aprile. Se quei discorsi fossero stati approfonditi a sinistra e a destra, con onestà negli anni ‘90, non saremmo a questo punto».

E giusto riconoscere le ragione dei ragazzi di Salò?

«Anche questo mi sembrava un punto acquisito. Il riconoscimento delle buoni intenzioni, delle ragioni degli altri, pur giudicate sbagliate, vuol dire non criminalizzarle. Consideriamo che in un popolo diseducato alla democrazia e non solo dall’effetto fascismo ma ancor prima dal liberalismo giolittiano quei ragazzi di diciassette, diciotto anni si schieravano per l’unico valore che conoscevano: l’onore della patria».

Ma è normale che, oggi, il candidato sindaco di Roma Gianni Alemanno voglia una targa a via Rasella pei commemorare i morti delle Ardeatine, stabilendo un rapporto di causa-effetto tra l’azione partigiana e la rappresaglia nazista?

«Dal punto di vista storico, è certo che via Rasella fu un atto politicamente sbagliato che aprì nella Resistenza un dibattito forte sull’uso del terrorismo che poi cessò. Ma passare dalla riflessione autocritica allo stabilire un rapporto di causa ed effetto, no . Di nuovo, se il discorso sulla memoria condivisa fosse stato chiuso dieci anni fa, non saremmo ad Alemanno che chiede una cosa inaccettabile».

Invece I due sfidanti per Roma, Rutelli ed Alemanno, hanno fatto celebrazioni divise. Il primo coi partigiani, il secondo ricordando Salvo D’Acquisto.

" E la degenerazione della terza fase ".

Quale terza fase?

C’è una riflessione scientifica arrivata a buon livello. C’è la famosa comunicazione cultura- politica che

ha dei problemi. Forse un eccessivo distacco generale della politica».

Che segna, appunto, un salto indietro di dieci anni. Vede il rischio di un neofascismo?

«Poco fa mi ha chiamato un giornalista tedesco tornato da Predappio stupefatto del culto di Mussolini. Mi ha fatto la stessa domanda. Gli ho spiegato che ciò che assistiamo è subcultura, vale a dire che non c’è nessun rimpianto per Mussolini. Il punto è un altro…..

Quale?

«Il punto è che a vincere, oggi, è una sub-cultura mai rimossa: l’attendismo. Che, come mi diceva De Felice, non era una condizione filo fascista ma diffidavano dei comunisti la maggioranza degli italiani che non si è mai davvero schierata con le due minoranze combattenti. Quindi non siamo di fronte alla nostalgia del nonno Mussolini: quindi a vincere, con vendetta p0stuma, è quell’a fascismo per cui si può parlare male di tutti, dire che son tutti uguali, tutti violenti.

Il fallimento della cultura democratica. E la destra ci marcia».

Un quadro desolante. Il 25 aprile sarà mai, per gli italiani, quel che è il 14 luglio per la Francia: festa nazionale, di tutti. C’è speranza?

«E inutile che ci inganniamo, non c’è speranza. Viene fuori l’italiano impolitico, che non si è schierato e può diffamare, che può dire via Rasella uguale a Fosse Ardeatine. Per rimontare questa situazione occorrerebbe un ceto politico e culturale... Capisce il disastro? Per questo, è triste ma le dico che non c’è speranza. Non avremo mai il nostro 14 luglio come il popolo francese».