LA         SUA       MORTE     COME        EROE

 
 

    

  - PREFAZIONE

Molte volte ci è capitato di leggere in qualche testo, la frase che ci ha resi pensierosi per la sua profondità e al tempo stesso per la semplicità della sua portata: " Fa più rumore una pianta che cade, che una foresta che cresce ". La morte di Vittorio Marandola avvenuta nell’Agosto del 1944, non fece rumore, fu da subito relegata ad un verbale o ad una segnalazione, ma nel tempo la memoria fece scalpore, purtroppo, solo ed esclusivamente nei luoghi dove le Sue gesta furono considerate ed apprezzate, a differenza di quanto si verificò per il Vice Brigadiere D’Acquisto dove la notizia crebbe tanto bene, che è giunta ai nostri giorni in maniera chiara e limpida e rimarrà nella storia per l’amore che quel gesto ha destato in tutti noi. Si auspica che analoga risultanza grazie all’interessamento di tanti, di tutti, possa interessare il Carabiniere Vittorio Marandola in quanto identico è l’amore che questi due giovani avevano conosciuto, incontrato, maturato, e che li aveva trasformati dal di dentro a tal punto da offrire la loro vita per ritrovare quello stesso amore nel loro esemplare comportamento.

La vita di Dio in noi diventa sempre, carità e amore e ci spinge nei nostri atti concreti a rifarci continuamente a quell’amore conosciuto e amato.

Il professore Accattoli, noto vaticanista, scrisse: " Il nostro impegno in questi tempi è trasmettere fedelmente ai giovani l’esperienza, la storia dei nostri Santi dei nostri martiri dei nostri eroi, perché nel loro vivere possano anche imitarli. La loro memoria non è relegata al passato, quasi fosse una cosa vecchia, da mettere in soffitta o tra i scaffali di una libreria; ma è destinata a vivere nei nostri cuori, nei nostri costumi, per essere pronta ad essere imitata, vissuta, interpretata.

L’imitazione è dunque un proporre la loro vita nella nostra vita, la loro esperienza d’amore nei nostri atti desiderosi di quell’amore.

Come nel monumento al Capitano dei Carabinieri Giuseppe Pulicari, Comandante della Compagnia di Imola, anche lui ucciso dalla mano violenta della malavita; che ha eretto la sua città natale, a Capodimonte, sono riproposte le parole evangeliche: "L’amore vince l’odio ", così deve allargarsi la conoscenza del sacrificio patito dal Carabiniere Vittorio Marandola e Salvo D’Acquisto.

Paolo VI° scrisse in un documento pontificio, che il testimone è più del maestro, perché ha fatto della maestria una testimonianza. Sulla cattedra della vita siedono maestri che con il tempo ci fanno vedere dalle loro lezioni divulgate solo a parole, sono distaccati, distanti; contrariamente il testimone rimane ancor alla memoria della nostra mente perché della lezione lui insegnata ne fa oggetto di vita.

Accostiamo dunque la nostra semplice vita con quella dei nostri eroi. Essi sono lo stampo dove noi appoggeremo la struttura della nostra vita per far sì che la nostra imitazione sia modellata e perfetta sulla loro. Essi non hanno bisogno dei nostri plausi, perché sono nella luce della Gloria di Dio e della storia. Ma noi che ogni giorno cerchiamo dei modelli, degli eroi da imitare, da imitare, abbiamo bisogno di conoscerli, di leggere la loro storia per imprimerla nelle nostre opere, nella nostra piccola storia. Nel monumento agli eroi di New York è scritto "Questi eroi non sono tali per come sono morti ma per come sono vissuti.

Se fino ad oggi la storia li ha consacrati come eroi ora l’attualità li scopre come modelli da presentare ad una società che avverte l’esigenza di riscoprire valori veri da insegnare e tramandare alle generazioni nuove.

Perché questa raccolta? per trovare dei binari dove ricercare la vera felicità. L’egoismo non conduce l’uomo alla felicità. La solidarietà, l’altruismo, l’abnegazione, il sacrificio portano l’uomo a godere ed essere felice di una pace che nel bene vissuto consolida la propria vita ed erige il bene comune.

Non pochi comuni italiani hanno dedicato ai loro nomi strade o piazze, così come sono a loro intitolate numerose caserme dell’Arma, di quell’Arma nel cui culto erano cresciuti Salvo D’Acquisto e Vittorio Marandola, e lo dimostrano nel soccorrere, nel donare, nel dimenticare i torti eventualmente subiti. Generosi, i Carabinieri vanno per primi ovunque ci sia bisogno di loro. Compito istituzionale? Ci sono tanti modi d’assolverlo. Si può essere irreprensibili, ligi al dovere, ma senza partecipazione, com’è per chiunque interpreti un qualsiasi Regolamento applicandolo alla lettera, con la freddezza di un automa. " I Carabinieri. Li avete chiamati i Carabinieri ?", si sente dire alle avvisaglie di una disgrazia, perché i Carabinieri, immediatamente dopo al suo compiersi danno fiducia, dimostrano efficienza, rincuorano. Con essi c’è il senso d’una continua rinascita.

Un Carabiniere prima di essere tale è un uomo, uno studente, un figlio del suo tempo. Per questo ha bisogno di prepararsi adeguatamente nel rispondere alle nuove necessità sociali. Il suo addestramento non è volto solo ad interventi in occasioni speciali, ma continua ogni giorno grazie alla sua presenza, attenta e solerte sul territorio.

 

Prendiamo per esempio la figura professionale di un Maresciallo: quando finisce di conoscere quel pezzo di mondo sotto la giurisdizione della sua Stazione? Mai.

Salvo e Vittorio ben conoscevano gli ostaggi di quei giorni di settembre e di Agosto; erano i loro amici, i loro conoscenti, erano parte essenziale della comunità a loro affidata dallo Stato e della quale, davanti allo Stato, si sentivano custodi e garanti.

Per lo Stato, infatti, il Carabiniere non è soltanto un " soldato " arruolato per la sicurezza dei cittadini. E’ la roccia da cui sgorga la fedeltà eterna alle istituzioni. Perciò spesso accade che in ogni Carabiniere si rivelano una coscienza ed uno spirito di sacrificio che vanno oltre il " contratto di lavoro " o le ore di servizio. Molte volte il Carabiniere si sente chiamato a prestare molto di più del tempo previsto o delle forze consentite. Altre volte è stato necessario dare tutto se stesso. Anche la vita.

Altro grande concetto battuto e ribattuto dagli insegnanti di Salvo e Vittorio fu la solidarietà, come ovvio corollario delle virtù precedenti.

Nel Carabiniere la solidarietà non è mai di maniera. Rientra nel bagaglio culturale dell’Arma. E tra i fondamenti del suo stesso essere. E soccorso a tutto campo ma è anche semplicemente la mano tesa verso chi ne ha bisogno, la parola giusta offerta a chi dispera, il consiglio che riceve chi bussa a una caserma per aprirvi il cuore. Solidarietà è conoscenza di territorio e di persone, ed è anche presa d’atto di ciò su cui conviene intervenire senza indugio. Essa è, ancora, disposizione d’animo ad ascoltare, a mediare, a distribuire sicurezza. Nei Carabinieri l’esigenza della tutela del bene comune non deriva solo da un professionale senso del dovere, ma scaturisce anche da una passione, da un profondo senso di solidarietà come atteggiamento personale verso le persone colpite da un sinistro. Primo ad accorrere e ultimo ad andarsene dopo il ritorno della normalità, il Carabiniere è di nuovo pronto, l’indomani, ad accorrere, laico apostolo di un’immensa missione.

Recitava un vecchio adagio riferendosi alla figura del Carabiniere, individuandola idealmente nelle seguenti doti- Fermezza - Umanità - Giustizia - Stile - Organizzazione e, qualità che tutte giustamente le ricomprende, " Fede ". Orbene si è fedeli a un giuramento, alla parola data, all’adempimento di doveri istituzionali solo osservando tali virtù. Si è fedeli a un patrimonio che arricchisce moralmente i suoi eredi, a un modo d’essere condiviso nella totalità e dalla totalità. Questo valore genera fiducia e devozione ricambiate da chi ne fa un punto fermo nel vivere civile. È il distintivo dei Carabinieri " con la fedeltà fino alla morte ".

L’altruismo. Il senso dell’altro è senso di fede e generosità insieme, slancio di purezza di cuore e di limpidità d’intenti. E’ cameratismo nella sua più pura concezione.

Per quali motivi un giovane decide di far parte di un’istituzione che chiede per 24 ore al giorno senso del dovere, abnegazione, altruismo? Come in tutte le vere vocazioni realizzate ogni Carabiniere ha una sua propria e personale risposta

 

La loro morte come eroi

Eroe non si nasce. Tutti possono diventare eroi. La via è una sola: restare coerenti agli ideali abbracciati e viverli fino in fondo. Salvo D’Acquisto e Vittorio Marandola, come tutti i giovani del tempo e di ogni tempo frequentano la scuola. Si formano i primi sogni, nascono i primi desideri. Forse compilano anche un diario a cui affidare sogni e progetti. Tra questi l’idea di arruolarsi nell’Arma.

Così come di sacrificio, da quello mistico di Dio a quello dell’umile che si priva di quanto ha per donarlo al prossimo.

Adempiere fino in fondo al proprio dovere in giorni che sembrano tutti uguali, forse significa porre il seme per un atto eroico. O se non altro predispone ad un sacrificio fuori dall’ordinario. Come furono i giorni precedenti al fatto conclusivo di questi due giovani? Forse normali e uguali uno all’altro.. E nelle loro zone operative certamente tanti giorni uguali uno all’altro fino a quando il destino non ne segnò la vita illuminandone l’esistenza nella gloria degli eroi.

L’Italia partecipa alla guerra senza generale convinzione. I rapporti inviati dai Prefetti sono pieni di testimonianze di un atteggiamento remissivo, qual è proprio del popolo italiano, temprato ai sacrifici ed alle privazioni. Lo stesso spirito è quello che serpeggia nelle Regie FF.AA.:

svanito il miraggio della guerra lampo fu chiaro a tutti che l’impreparazione delle truppe, la carenza e la vetustà dei mezzi, non alla pari con quelli degli altri contendenti, così come la pochezza degli Stati Maggiori ne avrebbe segnato negativamente il corso. Gravi disfatte vengono accusate e mistificate, ma vale per tutte la gloriosa resistenza di Culqualber (1941), mentre altre sono subite senza colpo ferire (Taranto — Capo Matapan) e mettono in ginocchio la nostra flotta navale senza che questa venga coinvolta in un vero e proprio scontro in mare.

Le due campagne strategiche promosse dal comando germanico (Russia ed Africa del Nord) parimenti falliscono, una nel ghiaccio e l’altra nella sabbia desertica, mentre fine migliore non incontra la campagna balcanica voluta dall’Italia ed impelagatasi tra le montagne greche in mezzo al fango.

A settembre l’Italia firma l’armistizio, annunciato dalla radio alleata. Il Re, il Governo (Mussolini era stato fatto arrestare il 26 luglio) e lo Stato Maggiore fuggono verso il Sud già occupato dagli alleati abbandonando al caso l’Esercito, Roma e il resto d’Italia. L’Esercito, senza guida, si sbanda, sia nella penisola che nei territori occupati. Molti Reparti italiani vengono massacrati e decine di migliaia sono i militari deportati in Germania per i lavori forzati nell’industria bellica tedesca.

Gli alleati dopo uno sbarco a Salerno arrestano la propria avanzata a Nord di Napoli. Al di sopra di quella linea, l’Italia è sotto l’occupazione militare tedesca. Incominciano a formarsi gruppi di resistenza armata contro gli ex-alleati tedeschi. La città di Roma viene bombardata per la prima volta e difesa strenuamente dall’attacco tedesco a Porta San Paolo.

Questa è l’Italia dove Salvo e Vittorio sono chiamati a svolgere il proprio ruolo del Carabiniere FEDELE a quegli insegnamenti che gli sono stati inculcati durante il corso ed ai quali mai rinunceranno.

Tali valori si cimentano uno sull’altro nel loro animo, contribuendo alla costituzione del granitico carattere, carattere poi espresso nel momento del sacrificio supremo.